Ecco un’anteprima del romanzo
1
Nei primi anni Settanta, vivevo in una cittadina dell’entroterra marchigiano.
Una come ve ne sono tante in quella regione dalle morbide colline, dove le alternanze cromatiche delle differenti colture dei campi tutt’intorno appaiono come tanti fazzoletti colorati distesi e posati lì, gli uni vicini agli altri.
Di quelle, che se ti metti in uno dei punti più alti, con visuale aperta, la mano a squadro sulla fronte e… in punta di piedi, puoi scorgere in lontananza la costa adriatica, il mare.
Immersa, in quel periodo, in una realtà sociale più prossima, per mentalità e costume, alla tradizione rurale, piuttosto che alla modernità e al progresso in costante ascesa.
Sormontata sulla sommità dall’antico Duomo, sui cui resti architettonici risalenti all’epoca romana e dell’alto Medioevo era stata edificata la Cattedrale e dove ogni tanto, la domenica, in famiglia, si andava a passeggiare nei giardini e sui viali, generosamente ombreggiati dai lecci e, qua e là, da alcuni maestosi cedri del Libano.
Era un luogo di quelli dove avresti ben visto l’uso della bicicletta per gli spostamenti piuttosto dell’auto, ma dove in realtà, per via dei sali-scendi e la quasi totale mancanza di tratti pianeggianti, il suo impiego era praticamente sconosciuto.
Dal centro storico, le case e i palazzi digradavano in modo progressivo verso la periferia, seguendo il pendio e la conformazione del terreno, per poi disperdersi, sfumando quasi improvvisamente nelle cascine e in abitazioni contadine, con i loro poderi arati o seminati in maggioranza a frumento e dove ancora, in un certo periodo dell’anno, nell’aia, v’era l’usanza di invitare il maiale più grasso della porcilaia a una festa: la sua.
Il palazzo dove abitavo era proprio su quella linea di confine della cintura periferica. La facciata anteriore, di tre piani più mansarda, orientata sulla strada principale, al di là della quale si levavano, impennandosi sul declivio, altre palazzine e basse abitazioni. La porzione posteriore, alta il doppio per via del dislivello creato dal ripido pendio, contava altri tre piani sottostanti ed era rivolta verso i campi incolti, dove crescevano rigogliose siepi e rovi di more, le stesse che in primavera, il biancospino macchiettava candidamente ovunque.
Quella casa, abitata in particolare da giovani famiglie, aveva un ampio vano commerciale al piano terra, dove c’era un negozio, una sorta di emporio che vendeva un po’ di tutto. Il proprietario, un tipo azzimato, dai lineamenti spigolosi e poco rassicuranti, con una sigaretta sempre fra le dita infilata in un bocchino madreperlato, che d’inverno indossava sempre un paltò di lana col collo di pelliccia, proprio per questa eterogeneità di oggetti l’aveva chiamato Bazar 2000; probabilmente anche con l’idea beneaugurante che quell’attività, intrapresa a ridosso del nuovo millennio (in realtà ben lontano dal venire), sarebbe stata così longeva da arrivare a superarlo. Il palazzo era allineato ad una serie di altri caseggiati, alcuni dei quali in costruzione, a testimonianza della recente espansione e continua evoluzione di quell’area urbana.
Quello era il parco giochi di noi bambini, ricavato nei cortili e nei piazzali dei parcheggi, a distanza siderale dai primi videogiochi e da tutto ciò che sarebbe venuto in seguito. Avremmo avuto persino tutto il tempo, successivamente, di passare prima dai flipper disseminati nei bar e nei circoli.
Più precisamente, erano i luoghi dove si inventavano i giochi, considerando le modeste risorse a disposizione di ciascuna di quelle famiglie, collocate economicamente nella fascia sociale media e investite in pieno dall’”austerity”. Posti dove, camminando per strada, si potevano vedere ovunque le linee di gesso che definivano il tracciato per il gioco della campana, o dove si osservavano bambini alle prese con interminabili partite a pallone o a tappi (quelli del Crodino e degli analcolici in genere erano a detta di tutti i più belli e rari) oppure, a biglie.
C’erano poi delle giornate dedicate alle esplorazioni, che consistevano nell’addentrarsi, proprio dietro le palazzine, fin nelle fondamenta e nei deserti vani garage, o nei recessi e camminamenti creati dalla prossimità dei muri perimetrali dei casamenti, o negli slarghi pieni di macerie, dove residuavano materiali di scarto accumulati durante le fasi di sbancamento e la successiva edificazione, invasi da erba incolta e soprattutto, nel periodo estivo, infestati ovunque da piante di cocomero asinino, con quei frutti particolari che sviluppano all’interno una pressione idraulica tale e necessaria, una volta raggiunta la maturazione, per sparare i semi il più lontano possibile e che noi usavamo, spremendoli, come armi da fuoco, o lanciandoli, come fossero granate, per colpirci nelle varie battaglie e campagne di guerra, non sospettando neanche lontanamente della tossicità del liquido appiccicoso che ne fuoriusciva, e a cui tutti, incredibilmente, siamo sopravvissuti.
Era un luogo dove spesso mi piaceva anche andare da solo, quando uscivo di casa, di solito dopo pranzo. Una specie di parco avventura, dove si potevano cacciare, con scarsi risultati, le lucertole che uscivano dagli anfratti per riscaldarsi sulle pietre nei giorni di canicola, in mezzo all’assordante cicaleggio e al volo radente delle rondini intente a procacciare cibo per la prole. E lì, un pomeriggio d’estate, con le scuole ormai chiuse da un paio di settimane, in mezzo ai detriti, mentre vagabondavo, qualcosa in lontananza, di un tono rosso acceso, attirò la mia attenzione.
Da quella distanza era solo un punto di colore, che però, man mano che procedevo acquisiva contorni e forma. Qualche passo in più e potei distinguere come una dentellatura su uno dei bordi, di plastica certamente. In ogni caso qualcosa che in quella gran confusione e moltitudine spiccava per differenza da tutto il resto. Quando fui abbastanza vicino, mi resi conto di quel che era. Un pezzo di un giocattolo. Ma sì, a guardarlo bene… sembrava… il braccio di un escavatore! Difatti, le dentellature non erano altro che la parte terminale della benna di carico. Lo raccolsi… era praticamente nuovo, nel senso che non era sporco di polvere o incrostato di terra; pensai che non potesse essere lì da molto perché il sole non aveva avuto tempo di sbiadirlo, come tutto ciò che invece giaceva intorno e, soprattutto, non c’era nei giorni precedenti: io o altri bambini di passaggio, lo avremmo sicuramente notato. Aveva peraltro discrete dimensioni, lungo almeno una quindicina di centimetri ed era evidentemente parte di qualcosa… di più grande. Mi guardai intorno, osservai in alto. “Da dove può arrivare?” pensai. Qualcuno lo aveva smarrito passando di lì? Forse era caduto accidentalmente da un balcone della mia palazzina dove abitavano gli altri miei coetanei?… Quante domande… e poi, chi lo avrebbe mai reclamato?… Lo misi in tasca e la giornata continuò come sempre, fin quando mia madre non mi chiamò, più volte, affacciandosi dal balcone, per farmi rincasare.
Il giorno seguente, sempre pieno caldo estivo.
A volte, quando papà era a casa dal lavoro, si caricava l’auto, una lussuosa NSU Prinz L color beige, e si prendeva la via del mare, lontano non più di una decina di chilometri, passando la giornata con mia sorella più piccola a fare castelli di sabbia e a bagno, ma, come comandava il precetto dell’epoca, rigorosamente lontano dai pasti, compresa la colazione, in modo da assicurarsi la completa digestione! Purtroppo però, non in quei giorni… Così il tempo trascorse di nuovo fra il cortile a giocare ad acchiapparsi o a nascondino e sulle bici da cross, in evoluzioni e gare di velocità. In quegli anni andavano per la maggiore i sellini lunghi e affusolati che potevano ben ricordare, per forma, la feluca goliardica degli universitari.
Il mattino successivo, dopo latte e biscotti, mi affacciai alla finestra e, non vedendo nessuno dei miei amici, pensai che, in attesa del loro arrivo, avrei potuto fare la solita puntatina sul retro. Mentre giungevo lì tornai con la mente alla benna lasciata tra i miei giochi in casa «Chissà che grande e bello doveva essere quel giocattolo completo!» mormorai. Così, meditando, camminando più o meno nella zona del ritrovamento, all’improvviso mi bloccai… possibile? Davanti a me c’era un secondo frammento di plastica… questa volta di colore giallo: un cingolo, con ruote dentate persino ben stampate. «Ma caspita! Come ho fatto a non vederlo l’altro giorno» mi dissi. Era chiaramente un’altra parte dell’escavatore, le sue fattezze, le dimensioni, il buono stato mi facevano pensare questo. Lo recuperai e ragionai: «Stavolta controllerò ben bene intorno.» E così feci, con metodo, rastrellai tutta la zona, scrupolosamente, come in una battuta di caccia. Ma non trovai altro.
Quella sera nel letto, guardando quei due oggetti, peraltro non direttamente assemblabili fra loro, in quanto parti distanti, ma con fori e perni che lasciavano intendere che potevano collegarsi ad altre porzioni intermedie, ancorché compiaciuto di questo piccolo tesoro, continuavo a essere pervaso da una sensazione fuggevole, per quel che può esserlo la percezione di un bambino, che qualcosa non quadrava in quei casuali e fortunosi ritrovamenti.
Con questi pensieri il sonno prevalse, anche perché, per il giorno successivo che sarebbe stato la domenica, il programma familiare prevedeva una scappata verso la città natale mia e di mamma, dove abitavano tutti i parenti e, soprattutto, i cugini.





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