Ecco un’anteprima del romanzo
PROLOGO
Unknow
29 aprile 2024 – London City
L’uomo osservava attentamente il fratello, seduto davanti a lui, oltre l’ampia scrivania di vetro scuro e rovere. Nel suo completo grigio sartoriale, si agitava irrequieto come un ragazzino che era appena stato beccato a compiere qualche marachella e attendeva con ansia la bacchettata sulle mani.
Pur essendo il maggiore dei due, era sempre stato introverso e insicuro. Senza spina dorsale. Il figlio che faceva di tutto per passare inosservato, pur compiacendo i genitori, con la sindrome da “bravo bambino” da manuale di psicologia.
Lui invece era sempre stato assetato di appagamento, sguazzava nei complimenti e non sopportava essere messo in ombra. Aveva fatto di tutto per emergere e dimostrare le proprie capacità, eppure era stato messo da parte, come si fa con gli scarti del pesce.
Lo scrutò ancora qualche secondo, prima di parlare. Il tempo di raccogliere le idee e racimolare quel briciolo di pazienza che era sicuro si annidava da qualche parte dentro di lui. Oppure era solo amore fraterno inconsapevole e non ne era cosciente.
Avevano affrontato la conversazione innumerevoli volte. Limando i contorni del piano a lungo, fino a farlo apparire perfetto. Eppure, davanti a lui, il fratello si agitava come se avesse una dannata anguilla nei pantaloni.
“Hai contattato il giornalista?” domandò con tono piatto.
“Certo che l’ho fatto: ho consegnato loro il materiale da pubblicare e li ho pagati profumatamente, come tutte le volte.”
“La prudenza non è mai troppa, lo sai.”
“Ovviamente lo so, per chi mi hai preso?” gli rispose stizzito. Si comportava come un peccatore davanti al giudizio universale, come poteva non dubitare della sua efficienza?
“Sembri piuttosto agitato. Non dirmi che hai dei rimorsi di coscienza?”
“No! Lo sai che sono con te al cento per cento. Solo che…” Era la prima volta, dopo mesi di pianificazione, che il fratello sollevava qualche dubbio, ma lui lo sapeva che prima o poi il suo animo remissivo lo avrebbe fatto vacillare.
La macchina si era mossa, troppo velocemente per poterla fermare di colpo. Non poteva farsi venire dei dubbi.
“Solo che… cosa?” gli domandò, sperando di non schiumare di rabbia.
“Non posso non pensare che stiamo tradendo la famiglia.”
Questa è buona!
L’argomento “tradimento” era proprio il tasto dolente da non toccare.
“Tradire la famiglia? Ti sei perso il promemoria su come la “famiglia” ha tradito me e te? Su come ci hanno gettati dalla Rupe Tarpea come se fossimo zoppi e deformi?” Adesso sì che schiumava di rabbia. Tanta rabbia repressa che gli psicologi farebbero la fila fuori dalla sua porta di casa, pur di assicurarsi una fattura pagata a settimana. “Devo ricordarti il trattamento che ci è stato riservato o ce la fai da solo, ogni volta che metti piede in un ufficio e vedi lui su una poltrona che era destinata ad altri?”
Dall’altra parte della scrivania le sue parole sembrarono andare a segno. Oppure, era solo il fantasma dell’orgoglio perduto che bussava alla sua porta.
Poco importava.
L’importante era vederlo finalmente raddrizzare quelle spalle curve, fare un respiro profondo e ricordarsi perché diamine si stavano incontrando alle undici di sera in quel pidocchioso ufficio che gli era stato assegnato trent’anni prima.
“Non c’è bisogno che mi ricordi cosa ci è stato fatto. Lo vedo e lo saluto tutti i giorni. Io più di altri dovevo sedermi su quella poltrona!” rispose bruscamente.
Non era il caso di fargli presente che, se le cose fossero andate diversamente, difficilmente avrebbe ottenuto le redini della compagnia. Lui, il fratello minore, gliele avrebbe strappate anche a costo di farlo dalle sue gelide mani morte. Ma questo era un dettaglio che per il momento era giusto tenersi per sé. Meglio non insospettirlo o peggio, inimicarselo.
Per quello c’era tempo, una volta concluso il loro piano.
Prima andavano sistemate le cose, riportate al loro stato originale.
Gettare la spazzatura e disfarsi di cose inutili.
Si voltò a osservare l’immenso skyline della City londinese, i modernissimi Leadenhall Building, il The Walkie Talkie e il Gherkin svettavano contro il cielo nero della notte, illuminando la città di quei bagliori artificiali che tanto piacevano ai turisti, da mettere come sfondo dei cellulari.
Tutto era così in movimento, in costante evoluzione.
Il mondo andava preso di corsa, il tempo non si fermava.
Il tempo aveva giocato loro un tiro mancino che non avrebbero dimenticato, non lo avrebbero perdonato. Un veloce manrovescio che li aveva rintronati per troppo tempo e poi li aveva lasciati a leccarsi le ferite.
Basta piangersi addosso, piegare la testa e fare i bravi soldatini della corona.
Era arrivato il momento di prendersi quello che era loro e che God save the King.





Recensioni
Ancora non ci sono recensioni.