Ecco l’anteprima del romanzo
NECROLOGI
Ieri notte la Contessa Margherita Liliana Rosa Viola Ortica Ginepro della nobile famiglia De Rododendris si è spenta serenamente nella sua villa di Belvedere. La Contessa era una filantropa: nubile e senza figli, ha sempre usato il ricco patrimonio di famiglia per il bene della comunità, ha contribuito alla costruzione della scuola e del reparto pediatrico dell’ospedale; a lei è intitolato il parco giochi comunale. I suoi nipoti, la Contessa Ginevra Lancillotta Morgana De Rododendris e il Conte Guglielmo Lancillotto Tristano De Rododendris, figli del defunto fratello, ne danno il triste annuncio. Il funerale sarà celebrato questo sabato presso il cimitero della città di Belvedere.
Quel sabato la cittadina di Belvedere, accolta nella vallata che esisteva tra due colline, era praticamente vuota. I negozi erano chiusi, nei parcheggi non c’erano automobili, le catene delle altalene cigolavano per via del vento. Belvedere era una città abbandonata, perché la maggior parte dei suoi abitanti si era radunata nel cimitero per dare l’estremo saluto alla Contessa Margherita.
Forse tre o quattro di loro erano presenti per sincero affetto nei confronti della defunta: la sua cuoca personale, che da oltre vent’anni gestiva la cucina della villa, singhiozzava forte nel grembiule, esibendo la divisa per ricordare a tutti il suo ruolo; una suorina si asciugava discretamente gli occhi; qualcuno giurò di aver visto il signor Girolamo soffiarsi rumorosamente il naso nel fazzoletto di stoffa, ma un altro insinuò che piangesse perché ormai, senza più Margherita, Girolamo deteneva il titolo dell’abitante più anziano di Belvedere.
Era un bel giorno di giugno e, sebbene fosse appena mattina, faceva già molto caldo. Il parroco, Don Ottavio, si sentiva soffocare dentro la tonaca e fece segno ai becchini di iniziare a calare la cassa che ospitava la Contessa. Tutti parvero stringersi ancora di più attorno alla fossa, da cui saliva l’odore della terra bagnata e dell’erba.
In prima fila si esibivano le autorità del paese. Il sindaco Boffo sfoggiava sul ventre teso la fascia tricolore, tenendo sottobraccio la propria moglie, con la medesima attenzione che si riserverebbe a una busta di plastica vuota. La Preside della scuola, che esigeva di essere chiamata Dottoressa perfino dal marito e dai figli, fece un cenno distratto in direzione di alcune insegnanti impaurite all’altro lato della buca, che la salutarono con voce tremante: «Buongiorno, Preside Dottoressa Gravis.» Nascosta dal poderoso fondoschiena della Preside, che per l’occasione era avvolto in lucidi strati di un tessuto viola acceso, c’era Aria Sapientis, la segretaria piccola e magra, le cui braccia sostenevano instancabilmente in ogni momento il Codice, il libro che Conteneva tutte le leggi della loro comunità. Accanto al gruppetto delle insegnanti, il comandante dei vigili sudava nella divisa d’ordinanza; non osò alzare il braccio quando lo salutarono per paura che lo sforzo facesse saltare i bottoni della camicia: «Comandante Orbis, salve, anche lei qui.»
Mentre Don Ottavio cincischiava un’omelia, mangiandosi le parole, ai suoi fianchi apparvero i gemelli De Rododendris. Erano i due angeli diabolici che sorvegliano i presenti con occhi rapaci.
La maggioranza dei cittadini si era sentita in obbligo a partecipare all’estremo saluto alla Contessa Margherita. La famiglia De Rododendris era la più antica della città di Belvedere e praticamente tutto il paese pagava l’affitto alla Contessa. Le case erano sorte attorno alla sua villa: inizialmente erano le abitazioni delle cameriere, delle cuoche, del giardiniere, dell’autista e di quanti avevano lavorato per la villa, quando Margherita era ancora una bambina. Le verdi colline e il fiume che vi scorreva in mezzo avevano attratto i visitatori, gli escursionisti della domenica con i loro zaini e i loro bastoni da passeggio; negli anni, la famiglia De Rododendris aveva costruito case da affittare, poi negozi, il supermercato, i parchi e la biblioteca e gli escursionisti della domenica erano rimasti il lunedì, poi il martedì, poi una settimana e infine si erano trasferiti definitivamente. I cittadini erano gli inquilini dei De Rododendris e si trovavano tutti attorno alla bara nel cimitero che i conti avevano costruito quando era morto il loro capostipite, Alberus De Rododendris. Spinti dal senso del dovere, approfittavano per dare un’occhiata ai nuovi padroni della città.
L’ultima volta che gli abitanti di Belvedere avevano visto i gemelli, i due erano spocchiosi bambini ben vestiti che guardavano ogni cosa con aria di disgusto, come se avessero avuto sotto il naso un piatto di cavolini di Bruxelles stufati. Erano impertinenti e maleducati: bastava farsi cogliere a guardarli brevemente per essere chiamati con i peggiori nomignoli o per ricevere una pernacchia dalle regali boccucce. Giravano sempre insieme ed erano perfettamente identici, tranne per i capelli, quelli lunghi e biondi di lei e quelli corti e biondi di lui. La prima cosa che gli abitanti di Belvedere notarono, mentre i gemelli si protendevano sulle spalle di Don Ottavio per spiare all’interno della fossa, fu che entrambi avevano cambiato look: la Contessa Ginevra aveva un caschetto color platino, mentre il Conte Guglielmo aveva i capelli biondi lunghi fin oltre la vita; portavano lo stesso abito dal taglio severo ed esibivano sul petto la spilletta con lo stemma della loro casata, il fiore viola di un rododendro. Sentendosi osservati, lanciavano sguardi taglienti a destra e a sinistra e poi tornavano a guardare la bara della loro defunta zia. Infine, si scambiarono un’occhiata alle spalle del prete, senza nascondere il ghigno di trionfo che attraversava i loro volti identici.
Qualche ora dopo, nel corridoio che precedeva l’ufficio del notaio, il ghigno aveva abbandonato i due volti perfettamente uguali. Faceva troppo caldo per sorridere trionfanti. Tutti i presenti sudavano copiosamente negli stessi abiti che avevano indossato al funerale: il sindaco Boffo si asciugava la fronte con la fascia tricolore, la Preside Dottoressa Gravis scricchiolava nella gonna viola, mentre accanto a lei Aria Sapientis apriva e richiudeva il libro del Codice per sventolarsi. I gemelli guardavano tutti con disprezzo: sapevano che ognuno di loro sperava che la Contessa Margherita avesse lasciato qualcosa in eredità. Fratello e sorella erano lì per reclamare ciò che spettava loro per diritto di nascita e avrebbero difeso i propri averi come avvoltoi su una carogna.
Un’altra persona si era unita al gruppo, ma nessuno dei presenti sapeva il perché. La fissavano torvi, senza osare domandare. La sua presenza era sospetta e non presagiva nulla di buono. Alfredo Piccolo doveva la sua posizione di rilievo nella comunità al fatto che aveva sposato Loretta Grande, una ricca ereditiera che era la seconda fonte di guadagno per l’intera città. Nessuno sapeva come l’insignificante, goffo e probabilmente tonto Alfredo Piccolo avesse conosciuto e conquistato la ricca Loretta, che vantava spasimanti ben più promettenti. Fatto sta che si erano sposati e persistevano a stare insieme, sebbene tutti in paese avevano potuto sentire gli appellativi che Loretta riservava al marito: i più comuni erano “grosso imbecille” e “testa di scimmione”. Dalla bizzarra unione Alfredo aveva ottenuto un’agenzia immobiliare, la Piccola Agenzia, che non era il gioco di parole divertente che lui credeva. Soprattutto, da quando era aperta, l’agenzia non aveva venduto una sola casa: a Belvedere non c’era nulla da comprare, perché tutto apparteneva alla famiglia De Rododendris.
Anche un’altra persona si interrogò sulla presenza sudata dell’agente immobiliare. Sul suo taccuino ne annotò il nome: “Agente immobiliare Alfredo Piccolo – Piccola Agenzia – la villa?”. Rosberta Novella era la direttrice, la segretaria, l’inviata speciale, la fotografa, la tipografa e l’addetta alle consegne del mensile di Belvedere, Non c’è niente (di bello) da vedere. Girava per la città sulla sua sedia a rotelle automatizzata e la sua inconfondibile chioma rossa e riccia, prendendo freneticamente appunti sul suo inesauribile taccuino. Il mensile raccontava i futili fatti dei cittadini: “La signora Carmela Evita abbandona il mozzicone per strada: avrà ripreso segretamente a fumare?”, pagina 1; “Chi l’ha fatta? Diversi cani del quartiere indagati per atti osceni in luogo pubblico”, pagina 3; “Approfondimento: il sindaco si deciderà mai a mettersi a dieta? Il capo dei vigili potrebbe dare il buon esempio”. Ogni volta che il rumore cigolato della sedia di Rosberta echeggiava nella via, i cittadini chiudevano le tende o le tapparelle e, in mancanza di questa possibilità, restavano perfettamente immobili, perché lei non avesse nulla da riferire sul loro conto. Tuttavia un giorno pubblicò il seguente articolo: “Panettiere rigido sulla porta del negozio: cosa si nasconde nei sacchi di farina?”.
Finalmente la porta dell’ufficio del notaio si aprì. Il Dottor Ruggiero Ruggiero sporse la pelata lucida e si guardò attorno come se si aspettasse un ninja appostato dietro la colonna. I presenti lo guardarono fisso e lui, un gracile uccellino spaventato, avrebbe richiuso la porta, se la preside Dottoressa Gravis non avesse iniziato a parlare, aizzando contro di lui i suoi compagni. «Intende riceverci o no? Qui dentro si soffoca e non abbiamo tutto il giorno! C’è chi ha un lavoro se-ri-o da portare a termine!». Gli altri si mostrarono d’accordo, ma le loro voci si persero in un indistinto brusio che faceva da sottofondo alle grida della preside Dottoressa Gravis.
«Secondo il regolamento numero 12 lettera M paragrafo 6 sottoparagrafo 113 del Codice della nostra città, lei ha l’obbligo di tenere tutte le stanze del suo ufficio, compreso questo corridoio, alla temperatura stabilita dal regolamento 17 lettera G paragrafo 5 sottoparagrafo 56 del suddetto Codice, pari a 21 gradi», petulò Aria Sapientis, assumendo la posizione che sempre assumeva quando declamava fieramente i regolamenti: naso all’insù, occhi socchiusi, spalle dritte, piedi uniti e il Codice rivolto verso l’interlocutore e stretto al petto, con le lettere d’oro a brillare tra le sue dita come medaglie.
Il notaio Ruggiero Ruggiero si asciugò la testa pelata con la buffa cravatta: su uno sfondo verde marcio spiccavano allegri alpaca rosa. Inzuppati dal suo sudore, gli alpaca assunsero un colorito più violaceo. Infine, spalancò la porta e senza parlare fece strada a tutta la comitiva nel suo ufficio.
Preso posto nella stanza, più umida, afosa e tetra del corridoio, i presenti si scambiarono un’occhiata di sfida. Era l’ora della resa dei conti. I gemelli De Rododendris erano certi che tutti gli altri avrebbero lasciato quella insopportabile calura con l’aria delusa; avevano occupato le due sedie frontali alla scrivania, come se pretendessero un posto d’onore. Il sindaco e la preside Dottoressa Gravis si sfidavano dai lati opposti della scrivania, mentre Aria Sapientis e il suo Codice svettavano alle spalle del notaio; l’agente Piccolo grondava sudore sul pavimento di marmo, facendo rabbrividire di disgusto sia il sindaco sia Ginevra De Rododendris, e Rosberta se ne stava appena più discosta dal gruppo, lasciando il segno delle ruote della sua sedia sul prezioso tappeto persiano dello studio.
«Ehm… ehm…», si schiarì la voce il notaio Ruggiero Ruggiero, mentre gli alpaca sulla sua cravatta parevano protendere le orecchie pelose per ascoltarlo. «Vado a leggere le ultime volontà della Contessa Margherita Liliana Rosa Viola Ortica Ginepro De Rododendris, redatte in presenza di testimoni il 6 luglio dello scorso anno e depositate agli atti secondo il regolamento della nostra città».
Alle sue spalle, Aria Sapientis mormorava con un fastidioso brusio, citando a memoria le leggi del Codice. Ruggiero Ruggiero le lanciò un’occhiata da sopra la spalla; si asciugò la fronte con la cravatta e iniziò a leggere: «Io, Contessa Margherita Liliana Rosa Viola Ortica Ginepro De Rododendris, in pieno possesso delle mie capacità mentali, così decido di suddividere i miei averi: la gestione della scuola e del reparto pediatrico, istituzioni realizzate dalla mia famiglia e di cui sono stata presidente, passano rispettivamente alla preside Dottoressa Malefica Gravis e al primario di chirurgia pediatrica attualmente in carica», la preside Dottoressa strinse il pugno per festeggiare la sua vittoria, facendosi scappare un urletto di giubilo. «Con la clausola» riprese il notaio, inasprendo la voce, «che se la comunità non li riterrà all’altezza o degni di questo incarico nel corso degli anni, una petizione firmata dal cinquantun per cento degli abitanti potrà destituirli dall’incarico», il pugno alzato della preside Dottoressa cadde rumorosamente sulle sue ginocchia.
«Sarà responsabilità del sindaco,» Il sindaco Boffo gonfiò il petto, esibendo la fascia tricolore tutta stropicciata, «mantenere il parco giochi. A questo scopo, e unicamente a questo, il comune riceverà annualmente una somma detratta da un fondo, gestito dal notaio Ruggiero, fino all’esaurimento dello stesso. Il fondo non sarà suddiviso tra i miei eredi diretti.» La bocca del sindaco Boffo si contorse in una bizzarra smorfia che gli divideva il volto perfettamente a metà: sulla destra esibiva il sorriso di circostanza con cui lo conoscevano i suoi elettori e l’occhio corrispondente brillava d’intelligenza e curiosità, mentre la guancia sudata era rotonda e rosata; a sinistra un ghigno feroce ne mostrava il canino appuntito, il sopracciglio disordinato ne adombrava l’occhio e un pallore spettrale gli rendeva la pelle grigiastra.
«Non c’è altro lascito per me… per la cittadinanza?» il lato destro della bocca si affrettò a correggere la svista del lato sinistro.
Ruggiero Ruggiero lo guardò stranito, assumendo la stessa espressione che avrebbe avuto se d’improvviso il suo maltese Shakespeare gli avesse chiesto il permesso per accendersi la pipa. Riprese così a leggere il testamento della Contessa Margherita, ignorando l’interruzione: «I restanti miei averi, ossia il denaro sui miei conti bancari, le case di proprietà, i negozi e tutti gli immobili vengono ceduti ai miei unici nipoti», Ginevra e Guglielmo non trattennero il senso di vittoria che li invase: liberandosi fulmineamente delle costose scarpe, balzarono sulle sedute in velluto rosso delle sedie e si esibirono in una scoordinata danza, facendo smorfie in direzione dei presenti. Rosberta scattò una foto mentre la gemella agitava il sedere di fronte alla doppia faccia del sindaco e il gemello fingeva di suonare una tromba alla preside Dottoressa Gravis.
Ruggiero Ruggiero tossì discretamente e il suono, per quanto lieve, riportò ordine nello studio. C’era una scintilla maliziosa nel suo sguardo che fece raggelare i fratelli. Quella luce diceva loro che avevano cantato vittoria troppo presto. Senza nascondere il sorriso che risplendeva sotto il labbro sudato, il notaio riprese a leggere: i nipoti erano sì i proprietari delle case e dei negozi della città, ma non potevano sfrattare nessuno né aumentare gli affitti e dovevano anche essere tolleranti sui ritardi nei pagamenti; dovevano continuare a fare beneficenza alla scuola e all’ospedale e aiutare il comune qualora ci fosse stata una disastrosa alluvione che avesse distrutto una strada o un ponte o una panchina. Ginevra e Guglielmo erano poco più che ventenni e si prospettavano per loro decenni di conti da pagare e ben poco spazio alla vita lussuosa e sfrenata che sognavano da quando la zia si era ammalata.
«Inoltre», concluse il notaio, sghignazzando come chi non riesce a stare serio raccontando una barzelletta, «dalle proprietà è esclusa la villa di Belvedere, che viene ceduta per tramite della Piccola Agenzia di Alfredo Piccolo a un beneficiario anonimo, senza alcun onere da parte sua e senza alcuna pretesa da parte di chicchessia. In fede, Contessa Margherita Liliana Rosa Viola Ortica Ginepro De Rododendris».
Stringendo le dita attorno alle spalliere delle sedie e grattando con le unghie il velluto, i gemelli si voltarono a guardare Alfredo Piccolo, il quale, nella sua mole sudata e ingombrante, in quel momento avrebbe voluto davvero farsi piccolo.
I fratelli De Rododendris, nella loro macchina costosissima e lucida, seguivano nervosamente la sgangherata utilitaria di Alfredo Piccolo fino alla Piccola Agenzia. Sua moglie l’aveva comprata usata dal proprio giardiniere per pochi spiccioli e una torta fatta in casa (non da lei, dal momento che Loretta non sapeva fare nemmeno l’acqua calda, bensì dalla sua cuoca personale). L’auto era destinata allo sfasciacarrozze; era vecchia, rumorosa e puzzava sempre dell’odore chimico dell’antiparassitario che il giardiniere usava sulle loro rose. Era un’auto così piccola che poteva praticamente entrare dalla portiera della macchina che la tallonava con tanta impazienza e guidata da Ginevra De Rododendris. Mentre Alfredo Piccolo parcheggiava la sua automobilina davanti alla Piccola Agenzia, quella emise un rassegnato sbuffo color carbone. Era ora di pranzo. A questo pensava incessantemente l’agente immobiliare. Nella sua testa immaginava sé stesso prendere finalmente posizione, alzare la voce e imporsi a tutti; guidando, si era immaginato mentre, impettito e per nulla sudato, rimandava con mano ferma l’incontro in agenzia al pomeriggio; davanti alle proteste dei gemelli De Rododendris, aveva immaginato di punirli rimandando addirittura al giorno seguente. Nella realtà, quando Ginevra e Guglielmo avevano preteso di incontrare il nuovo proprietario anonimo della villa di Belvedere, Alfredo grondava sudore e aveva la camicia già zuppa, lo stomaco gli brontolava per la fame e lui si era sentito accerchiato dallo sguardo di tutti i presenti nello studio del notaio. Aveva borbottato: aveva scoperto che alle volte i suoni indistinti che gli uscivano da sotto i folti baffi venivano scambiati per risposte negative e aveva sperato che fosse quello il caso.
«Eccellente! Ci faccia strada» aveva invece ribattuto Ginevra, marciando fuori dallo studio con il fratello accanto.
Nulla, delle clausole imposte dalla zia, impediva ai gemelli di assistere alla consegna delle chiavi. Speravano di incontrare il nuovo misterioso proprietario, di fare un po’ la voce grossa come erano soliti fare fin da bambini per ottenere i giocattoli migliori, di minacciarlo di chiamare potenti avvocati e così, solo a minacce, ottenerne la rinuncia. La zia Margherita li aveva messi sotto scacco e legati a doppio filo a quella ridicola cittadina sperduta, ma loro avrebbero avuto la villa, l’avrebbero restaurata e l’avrebbero trasformata in un hotel cinque stelle con SPA e campi da tennis; in pochi anni avrebbero guadagnato tanto da convincere a suon di banconote gli inquilini a lasciare le case, aggirando così un’altra clausola di Margherita. Di ristrutturazione in ristrutturazione, quelle povere casupole di campagna sarebbero diventate grattacieli e Belvedere una ricca città, meta turistica ambita da tutti i VIP. Era bastato un rapido sguardo nello studio di quel patetico notaio con la più assurda cravatta mai vista perché i gemelli mettessero a punto il loro ambizioso piano. Si trattava solo di essere sé stessi, cioè di essere cattivi, cattivissimi, e piegare il bamboccio che ostacolava il loro impero. Mentre Ginevra guidava la loro lucidissima auto dietro il catorcio dell’agente immobiliare, un rapido guardo a Guglielmo stabilì il nome del loro resort: Malerba. Rivolgendo entrambi un ghigno in direzione della strada che si snodava davanti a loro, le menti comunicanti dei gemelli si figurarono il nero lucido della facciata dell’hotel che risplendeva al sole.
«Dovrebbe arrivare a minuti» provò a dire Alfredo Piccolo, aprendo la porta della sua Piccola Agenzia. I gemelli non lo degnarono di una risposta e si sedettero su due sedie di plastica davanti alla scrivania, dopo aver accuratamente disinfettato le sedute con uno spray disinfettante.
Poi, iniziò una lunga attesa, in cui la sofferenza di Alfredo Piccolo per la fame, per la snervante tensione, per il silenzio ostinato dei gemelli e per i loro sguardi in cui gli pareva di cogliere lo scambio di commenti ingenerosi nei suoi confronti, trasformò la sua camicia in una velina trasparente attraverso cui si vedevano i peli ricciuti del petto, i nei e perfino la lanuggine dell’ombelico sporgente.
Dopo quattro ore, Alfredo fu grato a Ginevra De Rododendris, perché la ragazza si mise a urlare: «Ora basta! Andiamo alla villa! Se la vuole, dovrà trascinarci fuori di persona!»
«Le chiavi!» ordinò Guglielmo, balzando in piedi accanto alla sorella e allungando perentoriamente la mano. Alfredo sorrideva beato con l’aria un po’ ebete.
«Ce le dia, forza!» La mano della ragazza si affiancò a quella di Guglielmo.
Alfredo si riebbe: «Non… non posso, signori. Ho l’obbligo di consegnarle esclusivamente al proprietario. Vedete?», e mostrò loro un foglio che nel corso delle ore precedenti aveva mosso così tante volte che ormai era un fazzoletto umido e stropicciato, «la signora dovrà firmare per il ritiro».
«Signora? Quindi lei la conosce?», chiese famelica Ginevra, con una luce avida negli occhi.
«No… no, non la conosco. So solo il nome…»
«Una donna», sbuffò Guglielmo, interrompendo l’agente, «sarà più facile del previsto.»
«Cosa vuoi insinuare?» sibilò Ginevra. I capelli corti sulla sua testa parvero prendere vita e agitarsi come per una improvvisa scarica elettrica.
«Le donne si piegano più facilmente alle minacce», rispose Guglielmo con il mento alzato.
«Vuoi dire che le donne sono più deboli?».
«Esatto» rispose convinto.
Una feroce zuffa scoppiò di fronte alla scrivania di Alfredo Piccolo quando Ginevra si attaccò alla schiena del fratello come una scimmia, spettinandogli i lunghi capelli biondi. Guglielmo si dimenava e invocava il nome del suo parrucchiere perché corresse a piastrargli i capelli e gli tagliasse le doppie punte create dalle unghie della sorella. Quella si fermò solo per ammirarsi gli artigli rossi che si era fatta fare da poco e che si erano scheggiati sul cuoio capelluto del fratello. «Le mie unghie!», sbraitò, ancora sulla schiena di Guglielmo. «I miei capelli!», rilanciò lui guardandosi riflesso nella vetrina. «Ritira ciò che hai detto delle donne o cancello la tua playlist dal nostro Cloud». «Non oseresti! Se lo tocchi pubblico la foto che ti ho scattato la scorsa estate e tu sai di quale foto parlo!» Con un grugnito di rabbia, i gemelli si rincorsero fino alla macchina, seguiti da un allucinato agente immobiliare, al quale pareva di aver appena riacquistato la propria libertà. I colori gli sembravano più brillanti e sentiva profumo di fiori e anche le urla stridule dei gemelli erano suoni melodiosi dopo la tortura di quel pomeriggio.
Numerosi flash immortalarono la lite di fronte alla Piccola Agenzia.
Quella sera Rosberta Novella si mise a stampare le fotografie che aveva scattato durante il funerale, dal notaio e davanti all’agenzia immobiliare. In una, sotto il gomito sollevato di Ginevra De Rododendris, tra le gambe di Guglielmo De Rododendris e accanto al volto estasiato di Alfredo Piccolo, Rosberta vide la tesa di un cappello di paglia e il ciuffo della coda rossa di un animale, forse di un gatto. Solo il giorno dopo, nelle chiacchiere che origliava dal panettiere o dal giornalaio, tra i cumuli di foglie strappate dalla tempesta e gli indumenti volati via durante la serata precedente, venne a sapere cosa era accaduto: rientrando in agenzia per prendere i cerotti e il disinfettante per i gemelli, Alfredo Piccolo aveva trovato il documento firmato. Accanto, un biglietto lo avvertiva che, da quella sera, la nuova proprietaria della villa di Belvedere prendeva il possesso della sua eredità. Rosberta doveva averla fotografata di sfuggita e si era ripromessa di controllare meglio nei negativi. Poi, tutta l’attenzione della città si concentrò sulla scomparsa di Riccardo Magris.





Recensioni
Ancora non ci sono recensioni.