Nelle mani del destino

di Fabio Di Maggio

 

Johnny è un giovane siciliano, sveglio, ironico, confuso e pieno di domande. Dopo aver passato mesi nella scuola per agenti di polizia ad Abbasanta e una delusione amorosa che ancora lo brucia (una certa Abigail), torna nella caotica e surreale casa di famiglia a Ficarazzi, dove tutto profuma di sfincione, carciofi e frasi fatte.
Accolto da un padre esuberante, ex vigilante e fanatico del “manganello educativo”, da una madre teatrale e devota, e da una sorella ingorda e sognatrice, Johnny cerca un senso alla sua nuova vita da “agente in prova”. Ma prima che il destino possa srotolarsi del tutto, suo padre gli propone un viaggio: il Cammino di Santiago, 119 chilometri da percorrere insieme per ritrovare se stessi, o forse solo per scappare dal caos.
Tra imprevisti da commedia grottesca, dialoghi esilaranti e momenti di profonda riflessione, Johnny attraversa la Spagna a piedi, portandosi dietro un bagaglio di dubbi e sogni. È un percorso che lo mette alla prova, lo spinge a fare pace con il passato e a scegliere se diventare davvero chi ha sempre finto di essere.
Nelle mani del destino è una tragicommedia sull’identità, sul peso delle aspettative familiari, sull’amore che inciampa e sulla possibilità, tutta da ridere e da sudare, di avere davvero il proprio destino fra le mani.
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Ecco l’anteprima del romanzo

 

Capitolo uno

«Johnny! Johnny! Susati… Commi on. Allora, ti alzi o no? Tua madre sta preparando la colazione; lo sai che raggiungere Punta Raisi nel giorno della festa delle Sfincione è nà cammurria. Avà, mo ti fazzu necesere io fora da stu letto! Guarda che bella giornata di sole!» E fu così che mio padre, sbraitando a un centimetro dal mio orecchio, alzava le tendine della finestra illuminando la stanza a giorno.
«Pensa che tua sorella si è già fatta due scodelle di latte con pane e una brioches! Pur vero che ingurgita cibo come un gabbiano del Biafra (con risata cosmica annessa), ma sappi che almeno lei è in piedi già da un’ora… Ti aspetto in cucina, la colazione è pronta!»
E intanto, in cucina, mia sorella Maria iniziava a piagnucolare per le battute di nostro padre, affogando il suo dissenso in un’altra brioches gonfia di marmellata!
Da circa un mese e mezzo, questo era il mio risveglio e, non faceva più differenza che fosse domenica, come oggi, oppure un qualunque altro giorno della settimana… era semplicemente il mio risveglio quotidiano.
Svegliarsi ogni mattina era qualcosa di stupendo, soprattutto quando per tre lunghissimi mesi non hai avuto questo piacere!
Erano riusciti nell’impresa di farmi avere nostalgia di quel buco di culo di Abbasanta, ribattezzata Abbascanta dopo soli 20 minuti di permanenza, e dei sei mesi di scuola di allievo agente della Polizia di Stato.
Già, sono ufficialmente un agente in prova! E chi l’avrebbe mai detto per uno che si è diplomato al liceo delle scienze umane di Carini (con qualche anno di ritardo), distante dalla mia Ficarazzi cinquanta minuti in bus, solo perché sua madre aveva un credo nella vita… «Siamo provinciali, restiamoci! Palermout!» E perché suo padre, da buon vigilante privato non armato, era un fanatico dei film gangster «Ma sempre dalla parte dei buoni!»
«Allora che fai, ti susi o no? Ricordati che vivi a Fakarazz – l’eccellenza!» E così, come un Muezzin qualunque invita i fedeli alla preghiera, mio padre ponendo le mani a conchiglia sopra la bocca (a modo megafono) iniziò a gridare da una stanza all’altra: «Fakarazz – l’eccellenza! Ti susi, o no?»
Con gli applausi di sottofondo di mia madre che chiudeva con un perentorio: «Palermout!».
E così per sfinimento mi alzai, litigando, lungo il breve percorso che mi separava dalla cucina, con le pantofole numero trentacinque di mia sorella, che a 13 anni sognava di essere Cenerentola, ma i presupposti non erano buoni, sia per i piedi che per la voglia di pulire, sé stessa e la nostra stanza!
«Pulisciti la faccia che sei piena di marmellata!» la ammonii subito. «Ma quando è che le date una sveglia a sta qui! Passa la giornata a mangiare e guardare sti programmi delle palle, come si chiama l’ultimo… Nonni in love! Ma vi rendete conto?»
«Lascia stare Maria!» mi redarguiva mia madre.
In fondo era la sua cocca, arrivata quasi per caso e accolta come un miracolo, era stata la seconda (e ultima) concessione di mia madre a Palermo, a Benigni e alle banane!
«Johnny siediti e non ci rompere i cabassisi! Fatti sta colazione che dobbiamo prepararci per il viaggio!» mi incitava mio padre. E intanto, mentre mia sorella Maria con la solita espressione inebetita guardava uno dei suoi programmi privi di contenuti, per fare pace le infilavo un bel biscottone tra i denti, generando un senso di compiacimento familiare e in lei, beh, la fame!
Ognuno di loro, con modi e tempi differenti mi era mancato in quei mesi ad Abbascanta (e nei tre mesi successivi di dormiveglia), soprattutto dopo la fine della storia con Abigail, conosciuta tra i banchi della scuola allievi (frequentava la classe di formazione polizia per stranieri) ed era tornata a Dublino prima della fine del corso per accudire la madre malata.
Mi aveva lasciato con un “Canaidh mi thu!” tanto da chiedermi se avesse imparato il sardo… oppure mi stesse semplicemente coglionando!
E invece con una voce soave e un sorriso malinconico mi aveva detto: “Ti chiamo io!” Lasciandomi lì senza un ultimo bacio di addio, una carezza, il profumo dei suoi capelli rossi; niente di tutto ciò, ma solo una semplice sconosciuta e incomprensibile (se non grazie a google translate) frase gaelica.
«Ohu cà fa? ti muovi?» Ed eccolo lì il Muezzin riportarmi alla realtà delle cose, con la sua delicatezza e sana incomprensione!
«Che fai? Pensi ancora alla lenticchiusa? Ah l’amore, l’amore! Mah te l’ho mai detto di quella volta che il 16 marzo del 1978 mentre mi stavo lavando i denti…»
«Salvo! Avà lascialo in pace!» Venne così in soccorso mia madre Susanna Maria (ribattezzata la Vergine) con la stessa prontezza di quel gong che salvò Foreman nel The rumble in the Jungle.
«Non vedi che è ancora turbato! Insomma avrete una settimana per discutere di storie di amore, del futuro, della polizia e quant’altro, ma adesso lasciagli il tempo per farsi questa benedetta colazione, che a forza di riscaldare questa scodella sto trasformando il latte in caglio!»
E mentre il muezzin di Ficarazzi si allontanava per fumarsi la sua Merit mattutina sul balcone, un boato sordo echeggiò accanto a noi; la piccola e cara Maria era letteralmente volata dalla sedia e riversava a terra cianotica.
«Sta minchia!» Fu l’espressione più contenuta e poi un susseguirsi di: «Salvo! Salvo! Corri per la madonna… Corri!» E ancora, «Maria! Johnny! Mariaaaa! Johnnyyyy!»
Ci Mancavano sole le banane e lo zio avvocato (con tanto di “medicina”) e il film era bello che fatto!
«Maria si sta affucannu con il biscotto!»
Fu così che il resto della famiglia si prodigò nell’intento di salvare mia sorella da una fine ormai certa e indegna; con una mossa degna da Krav Maga, le arrivarono due lardoni sulla schiena, tali da consentirgli di sputare il biscotto a una distanza tale che, se misurata, avrebbe certamente vinto il guinness dello sputazzo! E mentre Maria incredula si chiedeva come mai qualcuno le avesse sfondato la schiena a pugni, tutto divenne una grande festa. Mia Madre piangeva dalla gioia come la Prefica ai funerali degli altri; mio padre con il mozzicone di Merit ancora in bocca cercava un prosecchino da stappare, mentre fuori tutta Ficarazzi, boccheggiante per un settembre bollente, partecipava ai festoni con la sua gente che si ammassava nelle strade tra l’odore di pane e sfinciuna.
Per l’occasione arrivò pure l’arrotino che affilava coltelli e ombrelli (ombrelli? Cu stu cavudu?) e il “carciofaro” che dal fondo della via imitava mio padre e il Muezzin di Jemaa el-fna gridando: «cacoccioliii! Cacoccioliii!» Come se i carciofi avessero dovuto alzarsi dal carretto, spogliarsi delle prime foglie e, come maratoneti ai blocchi di partenza, correre per corso Umberto tra le buche e quel che ne restava dell’asfalto!
Ed è proprio in questi momenti che ritornavo nel mio pessimismo cosmico alla Zeno Cosini e pensavo con nostalgia ad Abbasanta, ai suoi nuraghe, ai campi incolti, al sughero e ai pecoroni (mai visti così tanti in vita mia!), insomma a tutto quello che quel postaccio rappresentava prima dell’arrivo di Abigail.
«Cazzo! Devo smettere di pensare a lei!»
Mi aveva lasciato in modo incomprensibile con quel: «Ti chiamo io!» Ma quella chiamata non arrivava mai.
Sai che c’è? Vado a prepararmi lo zaino del pellegrino, destinazione Santiago Di Compostela per una settimana di cammino, cammino e ancora cammino e…
«Johnny ti imbambulasti di nuovo! Lo bevi o no sto latte!»
«Ecco Lì!»
«No! Il caglio fallo bere a Maria così si sciacqua il gargarozzo!»
«Vado a prepararmi lo zaino!»
E così, con le solite ciabatte numero 35 ripercorrevo a mo’ di gambero il tragitto al contrario, in una mattinata iniziata con una colazione mai fatta, un suicidio sventato e un principio di party intorno a me, che mi faceva solo più incazzare.
Ero rientrato in stanza lanciandomi a peso morto sul letto, acconsentendo alle doghe (a quel che ne restava) di conficcarsi nelle costole e nello sterno; la via crucis non era ancora terminata e provavo un certo sollievo!
Con la faccia conficcata nel materasso e con il cervello profuso nell’intento sia di dimenticare Abigail, sia di capire quale delle doghe sarebbe stata in grado di farmi perire… mi chiesi candidamente: «Mah cu cazzu me lo fici fare
Eccolo lì il futuro agente di polizia, e avevo pure superato un concorso (senza Santi in Paradiso) e sei mesi di accademia. In fondo non mi sono mai preoccupato delle persone né tantomeno ho voglia di correre dietro a bipedi trasformati in delinquenti per l’occasione; mi viene male solo al pensiero di chiedere i documenti a un passante, figuriamoci tirare fuori una calibro 44 magnum e fare l’ispettore Callaghan!
Quella potrebbe essere la vita del fanatico di mio padre, mica la mia!
«Perdio, ho fatto scienze umane! Che cazzo ci azzecca l’antropologia con un manganello in mano o lo spray urticante con la pedagogia?»
Beh il manganello!
«Con qualche colpo ben assestato potrei far cambiare la genetica di qualche babbu e con un po’ di peperoncino sistemare eventuali problemi educativi. Geniale! Semplicemente geniale! In fondo basta qualche ragionamento trasversale e mi dimentico della lenticchiusa! …Ma quante cagate dice mio padre? Se non ricordo male, da giovane è stato un agente di prova nella polizia. Eppure ricordo una sua fotografia ormai ingiallita; Chissà dove sarà finita.»
In quella stanza non si capiva nulla, roba puzzolente sparsa in ogni anfratto possibile, bambole e giornalini cioè accatastati come vangeli a casa di qualche prete!
«Porca zozza! Giuro che se Maria non sistema la stanza entro il mio ritorno…»
Toc Toc! Toc toc!
«Chi è?»
«Sono Maria! Mi fai entrare?»
«No! Stai fuori per punizione, questa stanza è un porcile!»
«Eh dai Johnny! Fammi entrare, per favore, devo recuperare il tablet!»
«No cazzo, non entri! A meno che non sistemi questo schifo e metti soprattutto a lavare sta roba che, se potesse, andrebbe da sola in centrifuga!»
«Lo giuro, lo giuro! Pulisco tutto! Ma fammi entrare…»
«Ufff ok! Parola d’ordine?»
«Abigail!» disse ridendo come un’idiota.
«Non fare la cretina che resti fuori a vita! Parola d’ordine?»
«Super slot…cioccolataaa! Che cosa stai cercando fratellone?» urlò entrando.
«Senti Maria, prendi il tuo tablet e vai a… Comunque, sto cercando la foto di papà vestito da agente di polizia, ricordi? Quella tutta ingiallita!»
«Eh, perché? A che ti serve?»
«Maria! Hai superato da un pezzo la fase dei millecinquecento perché, dimmi solo se sai dove è, oppure ti invito di nuovo a …»
«Fratellone? Sai, mi sei mancato negli ultimi mesi e volevo dirti che mi dispiace che con Abigail sia finita in malo modo, ma soprattutto che tu sia tornato in questo mondo! Sai che nell’ultima uscita del cioè c’è un bell’articolo che parla delle difficoltà sentimentali tra persone diverse?»
«Persone diverse? Maria che intendi dire?»
«Beh, sì, tu sei un emigrato di Abbasanta e Abigail un immigrata europea, in quanto trasferitasi da Dublino! A scuola stiamo studiando questi fenomeni perché la professoressa dice che abbiamo un Ministro degli interni, una sorta di maniaco delle divise, che non capisce un ca…»
«Oh! Maria! Ma la smetti o no? Emigrati! Immigrati! Ma di che parli? Noi siamo cittadini europei e io, in quanto italiano, spostandomi per sei mesi da una regione all’altra per costruirmi un futuro e garantirmi un tozzo di pane… (senza aspettare un qualunque reddito di cittadinanza) sono considerato un…? Senti Maria, prenditi sto tablet e levati dai cabassisi! E sappi che da domani la parola d’ordine cambia!»
«E qual è? Se non me la dici come faccio a entrare in stanza?»
«Infatti! Non c’è pace in questa casa! Ad Abbasanta vivevo in una stanza di 20 metri quadri con un piemontese che alla sera sognava la madre trasudando bagna càuda… Ebbene, stavo decisamente meglio!»
Toc toc! Toc toc!
«Ma chi ca…?»
«Weh giovanotto! Chianu cò le paruli
«Che vuoi pà?»
«Beh, Johnny… Mi stavo chiedendo cosa mettere nello zaino? In fondo faremo 119 kilometri, e ho letto che bisogna bilanciare bene il peso sulle spalle, e necessito far spazio nello zaino per il dizionario del pellegrino; ho scoperto che ci sono due cose da imparare quando si incontrano i pellegrini in cammino. Una è Eureka e l’altra… come fa? Ah sì… Susati
«Minchia susati! Come da noi!»
«Johnny, hai capito sti spagnoli come sono avanti? Sono avanti!»
«Pà! Le parole sono Ultreia e Suseia… Eh sì! se mi lasci in pace mi faccio lo zaino e ti aiuto a fare il tuo. Ora, se avessi l’accortezza di levarti…»
«Ohi, Ohi cosa è questo modo di porsi; calmati Johnny! Va bene, va bene! Mi levo dai cabassisi, però sbrigati che abbiamo il volo di andata, puntuale alle ore 15:00. Lo sai che per raggiungere Punta Raisi nel giorno della festa delle Sfincione…»
«Sì, papà lo so! Lo so!»
«Ah papà! Quasi dimenticavo… Il 16 marzo 1978 ha che fare con la foto di agente della polizia?»
«Eh si Johnny! Devi sapere che…»
«Salvo! Salvo!»
«Che c’è Susy?»
«L‘hai preso il medicinale per la prostata?»
«Ma che minchia urli?» E con la stessa faccia di uno che sta per collassare, mio padre se la svignò con un: «Eh, sai l’età! Vabbuò Johnny, ti do trenta minuti esatti per essere pronto!»
«Ma no papà! Raccontami di sto benedetto 16 marzo 1978!»
«Vedi figliolo; per il momento ti basta sapere che siamo nelle mani del destino.» E con un occhiolino qualunque mi lasciò seduto sul letto come un coglione (una scena già vista).

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